Dalla rivoluzione del Gargouillou di Michel Bras alla svolta vegetale dell’Arpège di Alain Passard, il mondo vegetale ha progressivamente conquistato il centro della scena nell’alta cucina. Radici, ortaggi, erbe, fiori e frutti sono diventati materia di ricerca e di espressione, capaci di raccontare le stagioni, il paesaggio e il rapporto con la natura, ma anche di aprire nuovi linguaggi culturali e artistici.
Nella storia dell’alta cucina, il vegetale ha occupato a lungo un ruolo secondario rispetto alle grandi preparazioni di carne e pesce. Ortaggi ed erbe completavano il piatto, ne accompagnavano i sapori e contribuivano alla costruzione delle guarnizioni. Ma è nel corso del Novecento, e con maggiore evidenza dalla sua seconda metà, che questa gerarchia comincia progressivamente a cambiare. Il vegetale conquista una propria autonomia, fino a diventare una materia indipendente di ricerca e studio.
Breve cronistoria
Uno dei passaggi decisivi porta in Aubrac, nella cucina di Michel Bras. Alla fine degli anni Settanta nasce il Gargouillou, piatto destinato a esercitare una profonda influenza sulle generazioni successive di cuochi. La composizione riunisce numerosi vegetali tra erbe, germogli e fiori, variabili secondo ciò che offre la stagione. Più che una semplice insalata, diventa una rappresentazione commestibile del paesaggio che circonda Bras. Il vegetale costruisce così un linguaggio autonomo, diventando protagonista del piatto e segnando uno dei passaggi più importanti della sua affermazione nell’alta cucina.
Un’altra svolta arriva a Parigi con Alain Passard. Chef formatosi nella grande tradizione francese e celebre anche per la maîtrise della cottura delle carni, all’inizio degli anni Duemila cambia radicalmente prospettiva e porta gli ortaggi al centro del lavoro dell’Arpège. Nel 2001 propone un menu vegetale e sviluppa parallelamente il rapporto con i propri orti, dai quali arrivano erbe, verdure e frutti, seguendo il ritmo delle stagioni. La sua ricerca mostra quanto un ortaggio possa essere trattato con la stessa precisione normalmente riservata alle grandi materie prime della haute cuisine.
Quel percorso ha raggiunto un nuovo punto di svolta il 21 luglio 2025, quando Passard ha annunciato che l’Arpège avrebbe dedicato la propria cucina esclusivamente al mondo vegetale. Una decisione particolarmente significativa anche sul piano storico, perché riguarda un ristorante che conserva le Tre Stelle MICHELIN e uno chef che aveva costruito parte della propria fama proprio sulla grande tradizione francese della cottura.
Il vegetale declinato in linguaggi differenti
Da Bras e Passard in avanti, tuttavia, non nasce una sola “cucina vegetale”, ma si sviluppano linguaggi molto differenti, legati alla cultura e alla personalità di ciascuno chef. Il vegetale può diventare rappresentazione del paesaggio, esercizio di essenzialità, ricerca aromatica, riflessione artistica, studio tecnico o strumento per interrogarsi sul futuro dell’alimentazione.
In Italia, per esempio, Enrico Crippa ha costruito attraverso piatti come “Insalata 21… 31… 41… 51” un lavoro quasi enciclopedico sulla biodiversità vegetale. Niko Romito procede, invece, per sottrazione e concentrazione, cercando di portare un singolo ingrediente verso un’espressione sempre più nitida. Stefano Baiocco lavora sulla straordinaria varietà di erbe e vegetali dell’orto di Villa Feltrinelli, costruendo piatti dalla grande tecnica e creatività. Massimo Bottura utilizza invece la natura come strumento di un racconto culturale e artistico, mettendo il piatto in dialogo con linguaggi e opere dell’arte contemporanea.
Fuori dall’Italia i linguaggi si moltiplicano ancora. Mauro Colagreco lega la cucina del Mirazur ai giardini, alla biodiversità e ai cicli naturali. Anne-Sophie Pic lavora il vegetale attraverso i ricordi dell’infanzia passata Valence. Yannick Alléno applica alla materia vegetale la propria ricerca tecnica sulla costruzione e concentrazione del gusto. Alain Ducasse, già negli anni Dieci, aveva a sua volta ridimensionato fortemente il ruolo della carne nella propria haute cuisine, indicando la naturalità come una possibile direzione della gastronomia contemporanea.
Yannick Alléno

La “Balade Végétale” è uno dei piatti simbolo di Yannick Alléno, presente all’Alléno Paris au Pavillon Ledoyen, a Le 1947 a Cheval Blanc e a La Table de Pavie a Saint-Émilion. Nasce dall’idea di raccontare il risveglio della natura e il suo continuo cambiamento con le stagioni. Riunisce oltre trenta elementi tra radici, ortaggi, erbe, fiori e condimenti fermentati, lavorati anche attraverso estrazioni e fermentazioni per amplificarne il gusto. La composizione cambia seguendo ciò che il giardino offre e valorizza anche il lavoro di giardinieri, raccoglitori, artigiani e brigata, trasformando il piatto in un vero paesaggio vegetale.
Massimo Bottura

“Difesa della Natura” è un piatto che nasce dall’incontro tra responsabilità ambietale, arte e cucina, elementi centrali nel pensiero di Massimo Bottura. L’ispirazione è “Difesa della Natura” di Joseph Beuys, progetto sviluppato tra gli anni Settanta e Ottanta come riflessione sul rapporto tra uomo, ambiente e biodiversità.
Carciofo, lattuga, erbe spontanee, fiori di sambuco e altri elementi vegetali traducono questo pensiero in cucina, trasformando la natura in materia gastronomica, linguaggio artistico e strumento di riflessione.
Niko Romito

“Foglia di broccolo e anice” è uno dei piatti simbolo della ricerca vegetale di Niko Romito, presentato nel 2022 nel menu degustazione interamente vegetale del Reale. Una grande foglia di broccolo, sbollentata in acqua e sale, viene ricoperta con una glassa ottenuta dal broccolo stesso, cotto a vapore, frullato, filtrato e ridotto, mentre poche gocce di estratto di anice e l’olio extravergine ne completano il profilo aromatico. Il piatto sintetizza bene il pensiero di Romito: partire da un ingrediente semplice, studiarlo in profondità e utilizzare la tecnica per trasformare una parte spesso considerata secondaria nell’assoluta protagonista, concentrandone consistenze e intensità.
Enrico Crippa

Nata a Piazza Duomo tra il 2007 e il 2009, l’Insalata 21…31…41… è diventata uno dei piatti simbolo della cucina vegetale contemporanea. L’idea parte dalla volontà di trasformare quella che normalmente era considerata un semplice contorno in una vera portata di alta cucina.
Il nome indicava inizialmente il numero di erbe, foglie, germogli e fiori presenti, ma la ricerca di Crippa è arrivata a superare, in alcuni momenti dell’anno, le 150 varietà. La composizione segue ciò che offre quotidianamente l’orto di Piazza Duomo e può cambiare persino tra pranzo e cena.
Servita su un piatto di vetro realizzato appositamente e mangiata con una piccola pinza, è costruita come un percorso tra note amare, acide, aromatiche e floreali. Alcune erbe possono inoltre richiamare profumi e sapori dell’infanzia, trasformando ogni assaggio in un’esperienza diversa. Un piatto in continua evoluzione che ha contribuito a portare definitivamente l’insalata al centro dell’alta cucina.
Alain Passard

Un piatto che sembra quasi disegnato, costruito attraverso sottilissime geometrie vegetali, colori e trasparenze. Alain Passard è stato uno dei grandi anticipatori della rivoluzione vegetale nell’alta cucina: già nei primi anni Duemila mise gli ortaggi al centro del lavoro de L’Arpège, sostenuto dagli orti della Maison e da un rapporto diretto con stagioni e raccolti. Qui rape, radicchio e sedano rapa diventano una composizione floreale, delicata nell’immagine ma giocata su croccantezza, freschezza, acidità e note amare.
Davide Guidara

La zucchina diventa materia da trasformare in profondità. Guidara la essicca e la reidrata per modificarne concentrazione e consistenza, la farcisce con una preparazione alla scapece e la accompagna con una ceviche di zucchina; Michelin riferisce anche un passaggio di maturazione nella cera d’api prima dell’arrostimento. È interessante perché dietro una triade molto italiana – zucchina, aglio e menta – convivono tecniche contemporanee e una memoria precisa della cucina campana. Guidara, ai Tenerumi di Vulcano, ha costruito proprio su questo principio la propria ricerca: trattare frutta, verdura e tuberi come protagonisti e non come elementi ancillari.
Davide Oldani

L’asparago rosa di Mezzago appartiene da anni al vocabolario di Oldani: già nel 2017 lo chef visitava personalmente i campi e la cooperativa che ne ha recuperato la coltivazione, mentre altre sue ricette documentate lavorano sul contrasto tra la naturale dolcezza dell’asparago e componenti acide come lo yuzu. Il dato culturale è forse ancora più interessante del piatto: quella di Mezzago è una produzione agricola periurbana recuperata a partire dal 2000 e diventata parte dell’identità gastronomica della Brianza. Nelle “Foglie” il prodotto locale viene portato verso una forma quasi astratta, secondo quella relazione fra cucina e design che attraversa da tempo il lavoro di Oldani.
Mauro Colagreco

Con la Zuppa primaverile, Mauro Colagreco rende omaggio al Gargouillou di Michel Bras, uno dei piatti che hanno segnato la storia contemporanea dell’alta cucina vegetale. Colagreco ne raccoglie lo spirito attraverso una composizione di verdure, erbe e fiori che segue il ritmo della stagione e celebra il vivente. Il piatto fa parte della sequenza Ode à la Nature, nel menu creato per i vent’anni del Mirazur, e mette in relazione terra, giardino e cucina. Un tributo a Bras che diventa anche espressione della filosofia maturata da Colagreco nei suoi giardini di Mentone.
Stefano Baiocco

Qui c’è una storia particolarmente forte. Baiocco lavora da decenni su erbe, germogli, fiori e vegetali: già nel 2008 veniva raccontato il suo giardino di Villa Feltrinelli con circa 130 varietà fra erbe aromatiche e fiori edibili. Il Piatto dell’Orto porta questa conoscenza nel piatto lasciando riconoscibili radici, baccelli, foglie, piccoli frutti e ortaggi, quasi fosse un repertorio botanico commestibile. La composizione cambia con le microstagioni e con ciò che è disponibile: fra gli elementi del “garden dish”, radici di bardana, ciliegie selvatiche, luppolo e raperonzolo, con vinaigrette e romesco.
Grant Achatz

Il titolo rimanda a I vestiti nuovi dell’imperatore di Hans Christian Andersen e già questo sposta il piatto dal terreno puramente gastronomico a quello concettuale. Una piccola presenza vegetale occupa il centro di una porcellana sontuosamente decorata: pieno e vuoto, ricchezza dell’oggetto e apparente essenzialità del cibo. È un meccanismo molto vicino alla ricerca di Achatz ad Alinea, dove ciò che mangiamo dialoga continuamente con percezione, sorpresa, racconto e aspettative.
Anne-Sophie Pic

Per Anne-Sophie Pic il vegetale entra in un linguaggio molto personale, costruito sulle associazioni aromatiche e sulla memoria. In Verdeur fondante il verde nasce dall’incontro fra Banon, matcha, finocchio e aneto, combinazione che lavora su registri lattici, vegetali, anisati e leggermente amari. Ma il riferimento più interessante è quello dichiarato dalla stessa chef: il piatto è «un tenero richiamo ai berlingots della mia infanzia». Il legame è con uno dei piatti-signature di Pic, i Berlingots, piccoli involucri dalla forma geometrica che la chef considera una presenza centrale nel proprio universo culinario e che vengono reinterpretati nei suoi diversi ristoranti.
Daniel Humm

Questo va collegato direttamente alla trasformazione di Eleven Madison Park. Nel 2021 Humm riaprì il tre stelle newyorkese con un menu interamente vegetale, una delle decisioni più radicali prese da un ristorante di quel livello. L’asparago è qui protagonista assoluto e viene accompagnato da shiso e yuzu kosho: il registro vegetale occidentale incontra quindi profumi, acidità, fermentazione e piccantezza del lessico giapponese. La costruzione geometrica rafforza l’idea di un ingrediente trattato con la stessa precisione normalmente riservata ai grandi prodotti dell’alta cucina.
Michelangelo Mammoliti









































